Believe in you


La città dorme quasi per intero e cammino piano per la strada, con gli occhi un po’ piantati per terra a guardare la mia figura riflessa sul basolato, un po’ per aria a scorgere una luce accesa da una qualche finestra.
Cammino dritta, i piedi seguono la congiuntura di due file di mattoni. Destro, sinistro, destro, ancora il sinistro, piano. Lento il passo, come il tempo sotto le coperte quando gli occhi rimangono sgranati ad aspettare il sonno. Inesorabile, come la scelta di non voler provare amore, come se si potesse decidere in quale momento rincorrere il battito e quando, invece, agire per impulsi. Sì, ci diciamo che possiamo farlo, ma è una presa per il culo, che confondiamo la delusione e l’insoddisfazione con l’impossibilità d’amare, o che siamo le persone giuste nel momento sbagliato, o che sogniamo cose diverse, o che l’età è puttana.
Tra le imposte socchiuse di una finestra al terzo piano si vede una luce e vorrei essere capace di sollevarmi da terra quel tanto che basta per sapere che è l’amore che state facendo in quella stanza, l’amore che è capace di esistere tra due anime: di esistere, di riconoscersi, di volersi, di desiderarsi, di accettarsi e di viversi.

C’è profumo di umidità nell’aria che mi fa starnutire – circonduzione della punta del naso. Il basolato ha lasciato spazio alla salsedine e ai grani di sabbia fine e chiara. Tolgo le scarpe. Alle spalle la strada con la luce gialla e bassa dei lampioni, uno ogni sette passi lunghi; cammino a piedi scalzi finché il buio non diventa buio vero, senza neanche un bagliore. Mi faccio tutta orecchie involontariamente: è la reazione del corpo alle mancanze che gli forniamo. Immobile, con i piedi affondati nella sabbia fredda, chiudo gli occhi – che poi non fa differenza.
Il mare.
Le onde piano a finire la loro rincorsa poco più in là, non fanno rumore, quasi a non voler rompere questo silenzio di pace.
E in me si rincorrono desideri troppo distanti, e io da che parte devo correre? Quale strada devo prendere? Chi devo lasciare? Perché non riesco ad averti, felicità?
Con gli occhi ancora chiusi, mi volto verso la vita: destra, sinistra, destra, ancora sinistra.
L’acqua è calda, l’impatto è dolce. Dolce come un abbraccio mentre lacrime rigano guance, dolce come quel bacio dato di fretta sulle labbra, per gioco e dispetto.
Dai piedi alle caviglie, dalle caviglie alle gambe, dalle gambe alle cosce.
Mi faccio cullare dal mare, credendo nell’istinto che è arrivato fin qui.


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