L’ultimo Natale


«Mettiamo quel disco con dentro le canzoni di Natale?»
«Ma è Marzo. Natale è ancora lontano.» risponde sopraffatta, stanca già alle nove del mattino.
«Ah.» lo sguardo di lui si ferma, si posa sul cruscotto ed elabora qualche pensiero. Poi chiede: «Siamo a Marzo, quindi? E che giorno è oggi?»

La cognizione temporale si perde quando hai una pallina da tennis nella testa, probabilmente gioca a saltare tra le pieghe della materia grigia, fa un gran baccano, confonde, istupidisce. Di conseguenza dovrebbe essere normale non sapere che giorno sia. Normalità è sinonimo di quotidianità, elemento però sconosciuto a entrambi.

«Non importa che giorno è oggi. Facciamo che è Natale.», ma mentre lo diceva con quel sorriso stretto e frettoloso in realtà pensava: Ma dove cazzo si sarà mai messo quel cazzo di CD, con quella sua cazzo di copertina rosa? – come suona bene la parola “cazzo” quando si è di fretta.
Pensava e borbottava, pensava e sussurrava «Natale, Natale, Natale…».
«Lascia, non importa, va bene anche la radio». Lui si arrende facilmente, forse avrà già voglia di canzoni che parlano d’estate.
«No, adesso lo trovo… lo trovo… Eccolo, deve essere lui. Dici lui?» gli urla con quell’ultimo filo di voce che parla di promesse e con gli occhi spalancati che sanno di già malinconia, vestita di emozione e fierezza. Il disco le scivola dalle dita sempre fredde, forse per la fretta di dover partire o per la difficoltà di dover ascoltare Céline Dion con i primi fiori e i suoi primi inevitabili starnuti.
Ma lui canta.
E canta anche se non ricorda che giorno sia, fischietta ogni melodia.
È Natale, uno tutto loro: lei e suo padre, lui e sua figlia.
Il loro ultimo Natale in una macchina a marzo.
La loro prima radioterapia ad attenderli.
Il loro Natale senza canditi, nessun regalo da scartare, neppure una luce colorata.
Ma un viaggio di luce bianca, una strada già segnata.

Hallelujah, Cohen.


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