Da più di qualche giorno – sarà colpa dell’arrivo di febbraio, mese maledetto – arrivano, tornano e vanno dettagli, storie e notizie di cancro. Con questi, inevitabili occhi rossi, lacrime trattenute o esplose, speranze sempre, a volte preghiere. Sorrisi, mai.
Proprio in questa mancanza leggo uno stupido errore di distrazione e d’interpretazione, come a scuola una mancata doppia consonante, un irrisolto passaggio in un’equazione, ho dimenticato. C’è una tale assenza di coraggio, che in me nasce il bisogno di uno slancio verso l’altro, la necessità di un abbraccio e di un sorriso, di un vuoto andrà tutto bene, che poi è la cosa peggiore da dire dopo quel sii forte. Ma questo stesso slancio muore in me, sostituito da un c’è un senso, una ragione a tutto questo dolore che provoca smorfie buffe, pupille fisse nel vuoto, accenni di un no con la testa, ma tante tante volte evolve in uno sguardo, occhi negli occhi, e proprio in quel momento, vi giuro, vorrei potervi donare tutto l’entusiasmo del mondo.
Questa è la parola giusta: e-n-t-u-s-i-a-s-m-o.
Fermi tutti, lo so, non c’è niente per cui sorridere in determinate circostanze.
Lo so, il mondo si blocca, smette di ruotare, il cielo diventa un tutt’uno con la terra. Grigio, la sfumatura perfetta tra il non colore e il nero. Tutto è tremendamente grigio, un quasi lutto, anche se morte ancora non è.
Lo so, fa paura. Lo so, non c’è ragione che tenga. Lo so, la bocca diventa arida, si bagna solo delle lacrime, si è sopraffatti. Lo so, i medici, le flebo, i capelli, i vomiti, il sangue, la puzza; ferite, lastre, parole nuove, suoni brutti, corsie, attese. Lo so.
Eppure. Eh, pure. Cose pure. Ci sono, guardatele, riempitevi gli occhi di luce.
Una carezza ammorbidisce la pelle.
Un sorriso alleggerisce il dolore.
Una canzone rallenta la paura.
Un fiore colora il bianco delle lenzuola.
La gioia di essere vivi oggi regala un bel ricordo per il domani.
Sembra paradossale quando si è al centro del campo, ci si sente sballottati come l’ago di una bussola, da una parte all’altra, da un capo all’altro, ma quando il cerchio si sarà chiuso, non appena il tempo del dolore vivo sarà passato, il senso di tutto si presenterà a voi, di notte, in silenzio, invece di prender sonno.
Lì non potrete rimpiangere quell’abbraccio mai stretto, quel ti voglio bene soffocato in gola, una risata per quella maledetta caduta.
Oggi siete vivi. Ci siete, quindi abbiate sete, ubriacatevi follemente di entusiasmo, gioite per le piccole cose.
Fate in modo di essere felici un po’ tutti i giorni, cura a ogni male.