Bisogna prendersi del tempo per parlare di un libro come questo. E dopo averne trascorso tanto a leggere le sue oltre mille pagine, non lo so in quanti sono ben predisposti a respirare ancora ulteriore dolore.
Io non ricordo più quante volte ho richiuso il libro in preda a un imminente attacco di stomaco, eppure ritornerei a spendere gran parte della mia estate 2022 appresso a Jude.
La sua vita è un girone infernale, o forse l’inferno per intero, fuori da una vera linea temporale, nonostante Yanagihara segua l’inesorabile percorso di vita del protagonista e di quanti gli orbitino attorno. Traboccano, invece, i riferimenti spaziali al punto tale da farmi venire voglia di volare negli Stati Uniti alla ricerca di ogni singolo appartamento, ristorante, sushi bar o museo menzionati.
Quanto può essere traumaticamente spaventosa una vita?
Nonostante le porzioni felici, può davvero il dolore privarti di ogni slancio di riscatto e di un possibile tentativo di guarigione?
Quello di Jude è un dolore alienante e autolesionista, sebbene la sua vita sia colma di amore e amicizia sinceri.
Il numero di traumi e sfortune che si ritrova a vivere è auspicabilmente fantascientifico per ogni essere umano, eppure non riesco a pensare che sia totalmente irrealistico. Ciò che è certo è che non si può realmente aiutare chi non riesce a desiderare di essere salvato – sì, lo so, non è un pensiero originale, ma ammettiamone la veridicità.
Non ho apprezzato: le lungaggini artificiose, come alcune estremamente dettagliate descrizioni degli appartamenti.
Aspetti che mi sono davvero piaciuti: lo stile della scrittura, i repentini cambi di punti di vista, la caratterizzazione dei personaggi talmente accurata che mi aspetto di incontrare JB al MoMa e di vedere dal vivo “Willem in ascolto di Jude, che racconta una storia”.