L’urlo


Il Deserto era ormai amico. È bastato poco per abituarsi alla sua presenza e alla sua gentilezza, in realtà per me è stato come tornare a casa, come mettere piede su un terreno già calpestato. Con la mente, con il desiderio, con gli occhi, con l’emozione. Io c’ero arrivata fisicamente per la prima volta, ma era come se ci conoscessimo da tanto, io e lui.

Era già amico, dicevo, nonostante fosse solo il secondo giorno di cammino. Avevamo speso l’intera mattinata a camminare verso una Grande Duna che, passo dopo passo, appariva sempre più alta con i suoi ottanta metri, anche con la foschia dovuta al vento, che non permetteva di guardare il cielo nel suo colore originale. Era grigio misto a sabbia quel cielo, era pieno di vento e coperto di nuvole, portava con sé pioggia e vita nuova.
Tanta terra battuta, metri, forse chilometri. Abbiamo camminato a occhi chiusi, giocato, raccolto pietre da portare in dono durante tutto il tragitto, soprattutto sassi da affidare al sogno e alla speranza. Per diverso tempo a raccontarci, a dirci dei nostri credo, ad ascoltare quelli degli altri. Ogni tanto a rispondere a delle domande, ma sempre a pensare al proprio cammino, al proprio percorso, alle salite personali e alle discese che ci auguravamo.

Ognuno concede al proprio viaggio la libertà di essere simbolo di un desiderio che custodisce nel cuore. Che sia palese o ancora incustodito alla stessa mente. Tanti e diversi di questi desideri affidavo a questo viaggio ogni volta che provavo a partire per il Sahara: volevo libertà di ventenne a febbraio, indipendenza e autostima ad ottobre e in realtà nulla volevo quando invece nel Sahara ci sono arrivata con i miei piedi.
Quando ho preso quell’aereo, nel momento esatto in cui per la prima volta non ho più avuto i piedi sulla terra ferma, ma ero tra cielo e altro cielo, lì ho capito che la mia persona aveva subìto e voluto una crescita senza servirsi di viaggio alcuno, ha continuato a subire e a volere cambiamenti, sorrisi, sforzi e leggerezza.
Perché, dunque, ero su quell’aereo? Perché stavo investendo su un viaggio così importante? Era stato solo un capriccio? Perché partire senza avere un desiderio nel cuore per il quale il viaggio si poteva fare simbolo?
Perché il mio unico desiderio era toccare con i miei piedi quella sabbia, guardare con i miei occhi quelli di quei bambini, senza alcun mezzo tra noi. Non sono partita avendo chissà quale peso sul cuore da depositare, o chissà quale gioia, o chissà quale volontà. Volevo solo viverlo questo benedetto deserto e farmi sorprendere dalla sua energia.

Eravamo arrivati ai piedi della grande duna con il sole alto nel cielo che tra le nuvole si era fatto largo; avevamo atteso quasi impazienti, seduti su una duna calda, che i nostri accompagnatori berberi allestissero il campo. Abbiamo dormito e imparato i numeri in arabo, abbiamo pranzato e rischiato di perderci Sarah (ma questa è un’altra storia) attendendo il momento adatto per salire.
Poi di nuovo nuvole, la sabbia che il vento forte faceva volare sembrava essere lama sulla pelle scoperta; i piedi scalzi affondavano in sabbia non più calda, pioggia fine. In questo modo è iniziata la nostra scalata verso la cima della grande duna: a piedi scalzi, con un vento non del tutto favorevole alla salita, pioggia sugli occhi e sulle mani.
Ci provo a raccontare delle emozioni che mi animavano ad ogni passo fatto in pendenza.
Le mie gambe salivano e i muscoli non facevano più male di quanto non facciano con una serie di venti squat, ma se non ci fosse stato qualcuno davanti a me a disegnare la fossa dove poggiare il mio piede e se non ci fosse stato qualcuno dietro di me ad aspettare un mio passo per compiere il suo, probabilmente io la grande salita non l’avrei mai portata a termine. Questa è stata la magia della Grande Duna: sentirmi parte e partecipe del mio cammino, esserne la totale padrona, avere in me la scelta di salire o di restare in basso, ma allo stesso fondamentale momento essere parte di un gruppo che ha sostenuto ogni passo.
E ogni pensiero, perché più delle gambe, a non reggere la salita era la mente, la piena consapevolezza di quello che stava succedendo. Mi sentivo libera e felice e grata e orgogliosa. Ero carica e confusa, confusa come solo la felicità ti sa rendere: stordisce, fa superare, dona ali. Ad ogni passo il mio cuore aumentava la frequenza, ma il mio corpo non c’era, lo giuro, lui andava avanti da solo, si fermava e ricominciava per inerzia, grazie al gruppo. Non ascoltavo nulla di quello che veniva detto, non ricordo se parlavo.
C’ero Io, Io soltanto, che salivo sempre più in alto.
C’ero Io nella mia pancia, all’altezza del mio ombelico.
E mentre il cuore aumentava la sua frequenza il mio Io passava dalla pancia allo stomaco, risaliva con me, sentivo che aveva il bisogno di essere vomitato tutto d’un fiato, negli ultimi passi era in gola. Arrivati in cima ho ingoiato saliva sperando di farlo ricadere giù, ma come potevo trattenere e rimandare in fondo qualcosa che aveva impiegato mesi per salire? Raggiungendo il centro della Duna il mio Io andava a strozzare la gola, nonostante la saliva e i sorsi di acqua.

Cammino. Apro le braccia. Abbraccio il vento. Ci sono solo Io.
Mi fermo. Respiro. Prendo fiato.

E urlo.
Urlo forte come mai avevo fatto prima: eccolo il mio Io. Eccomi.
Non mi ero mai vista. Eccomi. Magia del deserto.
Urlo fino ad avere male alla gola.
Quella che chiamiamo adrenalina sento dà una scossa ad ogni nervo del mio corpo.
Le lacrime scendono inevitabilmente.

Sono ancora Io.
Il cerchio si è chiuso: ecco la mia unica volontà.

(Sono del parere che le immagini rendano più di mille parole – o di 1096 se preferite – .
Le immagini di quel momento ci sono e a me hanno fatto venire i brividi – per fortuna non mi hanno fatto tornare quei brufoli 🙂 – e ognuno ha dato giustamente la sua interpretazione al riguardo. Tanti messaggi ho ricevuto, di chi in questo video ha letto liberazione, chi dolore e sofferenza, chi intimità. Amici lo hanno reputato “troppo”: troppo forte, troppo intimo, troppo bello. Io continuo a sorridere, conscia di sapere che in quel momento ero Io a Me stessa e il mondo intorno, ero Io e sicuramente ero insieme a dolore, a liberazione, e a chissà quanti altri. Ma, in sostanza, ero, e a me questo è sempre e solo importato.
Namastè, pace e amore a tutti!)


2 risposte a “L’urlo”

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